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SESSO
NEL REPARTO FRUTTA E VERDURA |
Fece
scorrere le dita sui fichi freschi. Bizzarri sacchettini. Singolari,
scuri, grinzosi, eppure assolutamente squisiti sulla lingua. Quando
ha inventato i fichi Madre Natura stava sicuramente pensando a
Padre Natura.
Pamela
alzò lo sguardo, gettando indietro i lunghi capelli neri
e facendo girare attorno gli occhi azzurro ghiaccio. Il supermercato
sembrava tutto suo. Silvia, l'unica cassiera di turno la sera
tardi, aveva appena battuto il conto all'unica altra cliente ed
era di nuovo tutta presa dal suo fumettone tascabile. Non si sentiva
altro che il ronzio dei vani frigorifero e il ritmo sommesso della
musica registrata diffusa dagli altoparlanti. Il freddo artificiale
del potente condizionamento attenuava quella che altrimenti sarebbe
stata una cornucopia di odori di una sensualità quasi intollerabile,
dal sentore dolce delle banane mature a quello pungente e agro
di limoni e lime. Nei supermercati tutto è freddo,
gli scintillanti pavimenti passati con lo straccio, l'acciaio
gelido degli scaffali, la fluorescenza polare dell' illuminazione.
Pamela
prese un fico dal mucchio e lo annusò. Sporse la lingua
e lo leccò. Se alla micina piace il latte, perché
non dovrebbero piacerle anche i fichi? Sollevò lentamente
la corta gonna nera sopra i bordi di pizzo delle calze. Non portava
mutande. Non se le metteva mai. A che cosa servono? Si toccò
e si scoprì calda e bagnata. Con l'altra mano si portò
il fico tra le gambe. Lo usò per giocherellare con l'imboccatura
della fica, prima con delicatezza e poi con vigore. Sentì
la buccia del fico esplodere. Parte dei semini appiccicosi schizzò
fuori, aderendo alle labbra della fica e ai punti segreti nell'interno
delle cosce. Si rimise il fico in bocca. Dolcesalato. Lo succhiò
tutto.
Quindi
ributtò il frutto spolpato sullo scaffale e passò
alle fragole. Grosse, rosse e solide, avevano la precisa consapevolezza
di quale fosse la loro giusta collocazione. Dentro il suo corpo,
fino in fondo. Fece alcuni passettini a gambe strette, piazzando
un tacco a spillo davanti all'altro, tutta concentrata sulla sensazione
creata dalle fragole che scivolavano e si spappolavano l'una contro
l'altra. Le sembrò di poter distinguere i peduncoli a uno
a uno, verdi, solleticanti. Finché si fermò, si
lasciò andare di schiena contro gli scaffali, chiuse gli
occhi e si sentì squagliare.
Ezio,
il detective del negozio, deglutì con fatica. Cercò
di avere una visione migliore della donna da dietro la pila di
sacchetti di palatine dove si era nascosto. Il groppo in gola
scese per il collo taurino, arrivando fino al colletto della camicia
rigidamente abbottonata. Era lì, in piedi dietro i piatti
pronti, quando lei si era inoltrata con passo deciso nel settore
frutta e verdura. Aveva visto tutto. Sapeva che avrebbe dovuto
arrestarla quando aveva compiuto quel gesto con il fico, ma si
era scoperto paralizzato da... Da che cosa? Si sentì
percorrere da un fremito. Tirò su i pantaloni color cachi
e si passò una mano incerta sui capelli a spazzola. Movimenti
impacciati. Un luccicante pacchetto di fiocchi di granturco a
basso tenore di colesterolo, garantiti biologici, si schiantò
a terra con un frastuono che gli diede un tuffo al cuore.
Se
se ne accorse, Pamela non lo diede a vedere. La sua espressione
non era cambiata. Era rapita. Sollevò ancora di più
la gonna, fin sopra il reggicalze. Ficcatasi a fondo due dita
nel morbido frutto privato, ci si lasciò andare sopra di
peso e le spinse dentro, inzuppandole di succhi freschi e pungenti.
Quindi le tirò fuori lentamente e se le piazzò in
bocca, succhiandole tra le labbra socchiuse. Aveva un grumo di
crema color fragola appiccicato al mento. Frugò nella borsa
in cerca dello specchietto. Chinatasi in avanti, con il culo puntato
verso Ezio, si mise lo specchietto tra le gambe e, allargandosi
le labbra con le dita, si esaminò con intensa concentrazione.
Acini
d'uva. Fu precisamente quello che le passò per la testa
in quel momento.
Li
scelse con cura. Frutti sodi, in grappolo compatto. Di quelli
grossi, rotondi, porporini. Si voltò, in modo da essere
di nuovo rivolta nella direzione di Ezio, e si lasciò andare
all'indietro sullo scaffale. Spalancate le gambe, tracciandosi
piccoli zero con una mano sul clitoride, con l'altra si spinse
dentro gli acini, un po' per volta, ritraendosi un attimo prima
di ogni nuova spinta. I peduncoli graffiavano e solleticavano;
le piaceva.
Senza
alcun preavviso, sollevò la testa per guardare diritto
negli occhi l'uomo che aveva continuato ininterrottamente a spiarla.
Un sorriso le affiorò sulle labbra rosso sangue. Certo
che sapeva che era lì. Con un sorriso maligno, tirò
fuori un acino isolato e gocciolante e glielo offrì. Ezio
rimase pietrificato come un contenitore di pietanze pronte surgelate.
Lei scrollò le spalle. Aprendo le labbra, inghiottì
l'acino con un gran rumore di risucchio, rimettendo il resto del
grappolo sullo scaffale. Senza abbandonare un solo istante lo
sguardo dell'uomo inchiodato al suo, cercò a tentoni alle
proprie spalle finché trovò un kiwi maturo. Se lo
portò davanti alla faccia, sempre fissandolo duro negli
occhi, e ficcò le unghie color ribes nella polpa, frantumandone
la buccia. Il liquido verde le scorse sulle dita. I suoi occhi
perforarono quelli dell'uomo. Si infilò il frutto spiaccicato
nelle ancor fameliche fauci che aveva tra le gambe, ormai
gocciolanti di succhi di ogni genere.
Ezio
fece un unico, titubante passo nella sua direzione. Lei finse
di non accorgersene. Estrasse con calma il kiwi e procedette a
mangiarne mezzo. Quindi offrì l'altra metà al detective,
inarcando un sopracciglio. A questo punto lui stava avanzando
a grandi passi verso di lei. Ecco che prendeva il frutto. Lo mangiava
con espressione rapita. Le cadeva in ginocchio davanti.
Lei
allargò le gambe. Con un solo movimento rapido allungo
una mano e, afferratolo per la nuca, si portò la sua bocca
alla fica. L'uomo ansimò.
«Mangiami»,
gli ordinò.
«No,
io...» borbottò lui, la voce rotta dal panico.
«Mangiami»,
ripetè lei, questa volta in tono minaccioso.
«Io...»
Pamela
frugò nella borsetta con la mano libera finché trovò
la frusta. Quella di dimensioni ridotte che si portava sempre
dietro. La fece schioccare sul pavimento di fianco ad Ezio.
Lui
scosse la testa, ma i suoi capelli corti e folti non fecero che
eccitarla, strofinandosi su e giù sul suo sesso sensibilizzato
e dilatato. La peluria del mento le sfregò in modo irresistibile
sull'interno delle cosce.
«Mangiami»,
Io incitò, pungolandogli la nuca con il manico della frusta.
«No!»
si ribellò lui. «No e no! E tu non puoi costringermi!
Io sono bravo!»
«Sei
un cattivaccio», lo contraddisse lei, e se lo tirò
ancora più vicino con uno strattone.
«Non
è vero!» ansimò lui, aggrappandosi alle sue
gambe con entrambe le mani. «Sono senza macchia, puro come
la pasta integrale. Non mi presto ohi! al tuo giochetto schifoso.»
Lei gli diede una gran tirata d'orecchio. Lui frignò e
cessò ogni sforzo.
«Benissimo»,
le borbottò tra le gambe. «Va bene, benissimo. Ti
mangio. Lo faccio. Sarai il mio paté, il mio calamaro,
il mio risotto alla zucca, il mio arrosto con tre verdure.»
E si mise all'opera, mangiando come se stesse morendo di fame.
La divorò con la lingua, le labbra, i denti, le mani. Mangiò
ogni traccia di fico, di fragola, di uva, di kiwi, trasformati
dal suo frullatore amoroso in uno yogurt ai frutti tropicali caldo
e salato. Pamela lasciò cadere la frusta. La sua mano si
serrò su un casco di banane, mentre si lasciava scivolare
sul pavimento. Adesso Ezio le stava inginocchiato tra le gambe,
continuando però a pascersi al suo voluttuoso trogolo.
Tese le braccia, le afferrò le mani e le inchiodò
al pavimento con le sue, costringendola a lasciar andare le banane.
Lei sollevò la testa e gli scoccò uno sguardo di
fuoco. Si ribellò, ma senza esito. Adesso il sorriso maligno
lo aveva lui. Quindi, con il suo personalissimo ritmo, lento come
una tortura, tornò a occuparsi della sua fica. Gemendo,
lei gli venne in bocca, scalciando furiosamente con un piede e
facendo schizzare una scarpa a tacco alto nella corsia, verso
i cereali per la prima colazione. Continuando a leccare, lui le
lasciò andare le mani che le ricaddero inermi lungo i fianchi.
Quindi andò a tentoni in cerca delle banane e ne sbucciò
una. Lei trattene il fiato mentre gliela ficcava in corpo. Lui
si tirò faticosamente in piedi e la guardò di sottecchi
mentre, con spinte ben ritmate, lei si concedeva di nuovo all'
orgasmo. Non si fermò finché la banana non si fu
ridotta a poltiglia.
«Troia
schifosa», sputò Ezio, dirigendosi verso le verdure.
Tornò indietro con un cetriolo libanese. Lei si raddrizzò
e raccolse la frusta.
«Che
cos'hai detto?» , sputò con voce rauca.
«Troia
schifosa», ripetè lui, ma in tono un po' meno convinto,
gli occhi fissi sulla mano armata di frusta. «Mi fai senso.»
«Cavati
i calzoni», ribattè lei, accarezzando il cuoio.
«Neanche
per sogno»
«Cavati
i calzoni, ti ho detto»
«Troia.
Fica.»
Pamela
fece schioccare la frusta con un movimento repentino. L'estremità
lambì la coscia di Ezio.
Le
sue narici fremettero. Si tirò giù i calzoni, svelando
che non portava nemmeno lui le mutande. Aveva un'erezione poderosa.
Pamela gliela pungolò con la frusta. Quindi esplose in
una risatina di scherno. «Allora te la sei goduta fin da
principio, eh?»
Ezio
si rifiutò di incrociare il suo sguardo.
«Piegati
in avanti.»
«No.»
«Non
farmi arrabbiare.»
Lui
si corruccio ma obbedì, porgendole il culo, reggendosi
con le mani contro lo scaffale della frutta.
«Dammi
quel cetriolo.»
Girata
la testa, lui la guardò mentre lo lubrificava infilandoselo
nella vagina. Lentamente, glielo infilò nel culo. Lui gemette,
torcendosi di dolore e piacere.
Calò
improvviso il silenzio. Qualcuno aveva spento la musica registrata.
Pamela ed Ezio si paralizzarono mentre, con un leggero sfrigolio
elettronico e un raschio di gola, dal sistema di altoparlanti
arrivava la voce di Silvia «Attenzione, signori clienti.
Il negozio chiude. Vi preghiamo di fare le ultime scelte e di
passare alla cassa. Grazie per la vostra comprensione. E, per
favore, tornate qui a fare i vostri acquisti.»
Pamela
tolse il cetriolo dall'ano di Ezio e lo ributtò nella zona
verdure. Andò ad atterrare accanto agli altri cetrioli.
«Bel
lancio»
«Grazie.»
Scoppiarono a ridere tutti e due, una risata un po' aspra, e si
riassestarono rapidamente gli abiti. Pamela recuperò la
scarpa, ripiegò la frusta e la rimise nella borsetta. «Sarà
meglio che comperi qualcosa», disse sottovoce.
«Ci
vediamo la settimana che viene?» chiese Ezio. «Stessa
ora, stesso posto?»
«Senz'altro,
pisello odoroso.»
«Ciao,
allora, per adesso.»
«Ciao.»
Ed Ezio rimase lì a guardarla mentre si allontanava con
passo disinvolto nella corsia verso la cassa. Silvia alzò
lo sguardo a gettarle un'occhiata, chiedendosi come mai una calza
le fosse cascata alla caviglia. Non se n'era accorta?
«Bel
libro?» le chiese Pamela, porgendole i suoi acquisti.
«Sì,
molto», sospirò Silvia, lo sguardo fisso sulla sua
coscia nuda. «Le storie romantiche mi piacciono. E a lei?»
«Come
no», rispose Pamela, strizzandole l'occhio. «Ne ho
di continuo.»
Vieni
a conoscere le nostre mogli
troie in
cerca di nuove avventure
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