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Carissima
Simona, come va la vita? Il lavoro va bene? Fammi sapere se hai
bisogno di qualcosa. Non posso mandarti i bellissimi locali naturalmente,
o i fuochi d'artificio sopra i palazzi, ma qualsiasi altra cosa
il tuo cuore desideri, e che possa stare in un pacchetto postale,
fammela sapere. E’ passato un secolo da quando ti ho scritto.
Puoi perdonarmi? Sono stata presa fin sopra i capelli, con gli
esami da fare e la preparazione del mio congresso che si è
tenuto la settimana scorsa. So che probabilmente dovrei raccontarti
tutto a proposito di questo congresso, ma non so resistere alla
tentazione di saltare direttamente alla piccola avventura che
ho avuto strada facendo. È stato strano, perché
proprio la sera prima avevo parlato di fantasticherie con alcune
amiche e ho ammesso che, per quanto ciò possa apparire
ideologicamente sospetto, a me piace soprattutto il buon macho
muscoloso. Ma forse sto divagando. Sono partita per tornare a
casa giovedì pomeriggio, mettendomi per strada un po' più
tardi di quanto intendessi. Non viaggiavo da molto quando il motore
si è messo a fare dei tremendi rumori di ferraglia. Nel
giro di pochi istanti, dal cofano ha cominciato a uscire una nuvola
di vapore. Per fortuna ero quasi arrivata. Ho imboccato la rampa
di uscita e ho tirato avanti finché sono arrivata ad una
stazione di servizio. Pregavo il cielo che quest'ultima, la più
grossa della zona, fosse ancora aperta, con un meccanico di turno.
Niente da fare. Stavo cominciando a farmi prendere dal panico.
Temendo che l'auto stesse per esplodere, mi sono fermata comunque
lì nel parcheggio. In giro non c'era nessuno. Quando sono
arrivata, la bottega di souvenir stava proprio chiudendo per la
notte e gli ultimi dipendenti stavano tirando giù le serrande
e montando in auto per andarsene. Ho aperto il cofano e mi sono
messa a guardare disperata il mio motore fumante. Ricordi quando
abbiamo giurato che avremmo imparato tutto sulle nostre auto in
modo di non venire mai più intimidite dai meccanici e di
essere in grado di ripararcele da noi? Non credo che siamo mai
arrivate molto più in là del cambio dei pneumatici.
Be', mi sarei presa a calci da sola per non avere considerato
la cosa più sul serio. Stavo comunque cercando di non farmi
prendere dal panico. Intanto pensavo: dunque, quella lì
è la cinghia della ventola, quelle sono le candele e quello
il carburatore... non è patetico? Ti stai probabilmente
chiedendo perché non abbia chiamato il soccorso stradale.
Be', non c'è proprio nessuna ragione logica. Non ci ho
pensato e basta. Sono sicura che di lì a non molto mi sarebbe
venuto in mente. Ma, come vedrai, il destino è intervenuto
prima. Un immenso camion è entrato nel parcheggio e si
è messo a girarmi intorno. Lentamente. Il cuore mi è
balzato in gola. Ho pensato: guai. Il camionista mi guardava attraverso
il finestrino della cabina. Io ho incrociato il suo sguardo, cercando
di apparire feroce e possibilmente armata. “Giorno”,
mi ha gridato lui, con un tono di voce cordiale. “Qualche
problemino con la vettura?” Ho annuito cautamente, ancora
sospettosa. Mi ha chiesto se poteva darmi una mano e, prima ancora
che avessi tempo di riflettere sulla risposta, è saltato
giù dalla cabina. Era una serata tiepida. Lui aveva addosso
soltanto jeans e t-shirt. Un po' oltre i cinquanta, direi: quando
si è chinato oltre il cofano gli ho dato una bella squadrata.
Stavo ancora pensando a come lo avrei descritto alla polizia.
Faccia abbronzata, con rughe molto profonde. Sopracciglia folte,
ben delineate, e gradevoli occhi azzurri da cui partiva a ventaglio
un reticolo di rughe d'espressione. Capelli castano chiaro spruzzati
di grigio. Tagliati a spazzola probabilmente per non più
di dieci dollari in qualche buco di provincia. Hai capito il genere.
Non un tipaccio, apparentemente. Ho cominciato a tranquillizzarmi.Ha
preso la cassetta degli attrezzi dal camion e si è messo
all'opera. Di quando in quando alzava gli occhi a guardarmi e
mi spiegava con la sua voce profonda e tonante al cento per cento
quello che stava facendo. Non capivo una sola parola.
Stavo osservando quanto fossero duri i muscoli del suo braccio,
come si ondulavano e gonfiavano quando trafficava con il motore.
Le mani erano grosse e callose. Tutte le unghie erano bordate
di nero, sudiciume e olio per motore. Sul braccio destro aveva
tatuato un mazzo di rose rosse, sul sinistro un drago orientale
dorato. I peli delle braccia erano folti e biondi, la pelle scurita
dal sole e cosparsa di lentiggini. La nuca sembrava cuoio conciato.
Fianchi solidi, e questo non faceva che dare un tocco in più
alla sua gradevole virilità Le gambe, sotto i jeans, sembravano
forti e poderose. Eccomi dunque lì, con un dottorato, insegnante
di studi femminili, importante, chiassosa critica anche dei maschi
più civilizzati, del loro atteggiamento discutibile, non
totalmente ristrutturato, quasi aspirante lesbica (ne abbiamo
discusso, no? di come non ci si senta accettate nel nocciolo duro
delle cerchie femministe se non lo si è?), che in tutti
i miei trentatré anni non sono mai andata a letto con un
uomo che avesse meno di una specializzazione universitaria, eppure,
ripeto, eccomi lì, come una damigella nei pasticci, salvata
da questo orsacchione di maschio tutto muscoli... e per di più
con le mutandine bagnate al solo guardarlo. «La ringrazio
infinitamente», sono finalmente riuscita a gracchiare di
punto in bianco; la voce mi era inesplicabilmente diventata roca.
Ha sorriso. «Non c'è di che.» «Vede questo?»
E ha indicato non so che cosa vicino, a quel grosso aggeggio tutto
gobbuto che c'è li in mezzo, dove sono infilate le candele.
«Il problema era lì. Ma adesso è a posto,,,
«Mmmm», ho risposto, motori. Avevo il cuore in tumulto.
Senza averne piena consapevolezza, ho spostato leggermente la
mia posizione, in modo che i nostri bracci si toccassero, ed è
stata letteralmente come una scossa elettrica. Mi sono sentita
scorrere per la schiena un tremendo brivido. «Freddo?»
ha chiesto lui, con una vaga traccia di sorriso aleggiate sulle
labbra. Al che, ci crederesti? «No, in realtà sono
tutta calda», ho risposto. Quindi, insinuando il mio corpo
contro il suo, ho premuto le labbra su quella salsiccia bruna
e screpolata che era il suo collo. Giuro, Simona, una cosa simile
non l'avevo mai fatta in vita mia. Non mi è mai nemmeno
capitata in un rapporto di una sola notte. E sai benissimo che
ormai da qualche mese tengo gli occhi puntati su questo collega
bello e intelligente, Enrico. Credo che possa avere anche lui
un certo interesse per me. «Cazzarola», ha ridacchiato
il mio camionista. «È veramente bella calda, eh?»
E ha messo giù i suoi attrezzi. Dopo di che si è
chinato su di me e mi ha baciato, in maniera tutt'altro che incerta
o delicata, come hanno sempre la tendenza a fare questi cattedratici
e docenti, ma con una sorta di ruvida urgenza che, be', se ammetto
tutto il resto devo ammettere anche questo, mi è veramente
piaciuta. Mi ha preso in mano un seno e si è messo a strizzare
con forza il capezzolo attraverso la camicetta. Sulla strada le
auto correvano via come razzi. Eravamo al riparo del cofano della
mia macchina, ancora sollevato. Ma quando qualcuno è entrato
nel parcheggio per invertire la marcia, ci siamo trovati improvvisamente
inondati dal fascio dei fari e ci siamo separati di scatto, un
po' vergognosi. Guardandosi attorno, lui ha detto: «Vieni»,
poi mi ha preso per mano e mi ha portato dietro la stazione di
servizio. Ci sono alcuni tavoli da picnic. Si è seduto
su una panca e mi ha preso in grembo. Trafficando con i bottoni
della camicetta, ha finito per aprirla strappandola. Mi ha afferrato
i seni, tirandoli fuori dal reggipetto, e si è messo a
sfregarli, pizzicandomi i capezzoli. Io ho gettato la testa all'indietro
e ho chiuso gli occhi. Lui si è messo a mordicchiare e
succhiare, mordendomi di quando in quando i capezzoli così
forte da farmi male; ma mi è piaciuto anche questo, nella
sua sfrenata intensità. A questo punto ero a cavalcioni
sopra di lui, con la gonna tirata su fino alla vita, e lui mi
stava impastando il culo con quelle sue manone forti (dovresti
vedere le macchie di grasso e olio su camicetta e gonna... vere
e proprie impronte digitali, praticamente! E metà dei bottoni
della camicetta sono strappati. È strano, ma avevo proprio
in mente l'altro giorno di buttare via quei vecchiumi e di prendermi
qualcosa di nuovo. (Adesso mi tocca farlo per forza!). Sentivo
il suo cazzo disperatamente teso contro i jeans e lo cavalcavo,
su e giù. È una storia troppo pornografica? Sei
scossa? Ma non posso fermarmi qui, no?
Comunque, eccoci lì in preda agli spasimi della passione.
Io mi stavo veramente divorando il suo odore di selvatico. Mi
ha preso la mano e se l'è messa sul pacco. Poi si è
slacciato la cintura, ha aperto la lampo e si è tirato
la mano fin dentro le mutande, attraverso l'apertura di sbieco
davanti. Il suo cazzo era duro e rovente al tatto, giuro che sentivo
persino il pulsare delle vene. Si è torto un po' in modo
che potessi tirargli giù calzoni e mutande. «Spetta
un momento», ha detto. Quindi si è fatto passare
le mie gambe sulla schiena (le braccia gliele tenevo già
strette al collo) e si è alzato. Incespicando (i calzoni
gli erano caduti alle caviglie), mi ha portato alla parete sul
di dietro, mentre intanto mi ficcava la lingua fino in gola senza
un attimo di tregua.
Mentre mi lasciavo scorrere sul suo corpo, rimettendomi in piedi,
lui mi ha messo uno di quei suoi zamponi sulla nuca e rni ha spinto
in ginocchio, forzandomi a scendere con la bocca sul suo enorme
cazzo (di sicuro il più grosso che io abbia mai visto!).
E si è piegato di fianco. Ho sentito un rumore di cuoio
che scorreva sul tessuto: stava facendo scorrere la cintura fuori
dai pantaloni. Senza tirarmelo fuori di bocca, si è piegato
su di me, mi ha sbattuto le mani dietro la schiena e le ha legate
insieme, all'altezza della vita, con la cintura. Ho capito che
non la stava stringendo al massimo. Sono abbastanza sicura che,
se avessi voluto, avrei potuto liberarle da sola. Ero spaventata
ma al tempo stesso elettrizzata. Adesso usava le mani per controllare
il ritmo, spingendomi la testa verso il basso. Dopo un bel po'
ma non voglio farti pensare che mi stia lamentando, perché
in realtà me la sono goduta minuto per minuto ho sentito
le sue palle che cominciavano a tendersi. È esploso in
un gemito. Sollevatami la testa dal suo manico, ha slacciato la
cintura e mi ha aiutato a mettermi in piedi. Avevo le ginocchia
escoriate dall'asfalto e le calze a brandelli, ma non me ne importava
niente. A quel punto mi ha spinto contro la parete, dove i rilievi
di stucco tra le finestre mi sono penetrati nella schiena. È
piombato in ginocchio, mi ha artigliato giù mutande e collant
strappati e, be', ci ha dato dentro come un treno. Non ricordo
molto di più, tranne il fatto che mi ha fatto venire e
poi ha immediatamente concesso il bis: quando ha finito, non ce
la facevo quasi a stare in piedi. Quando si è rialzato,
aveva in faccia un sorrisone tutto guance; si è pulito
bocca e mento con il dorso della mano e ha detto: «A me
piacciono le donne bagnate». Quindi ha tirato fuori un preservativo
dal portafoglio e me l'ha dato. Le mani mi tremavano talmente
che non riuscivo quasi a strappare l'involucro. Dopo di che non
riuscivo a capire da che parte fosse messo. Non lo trovi intollerabile
quando si cerca di srotolarlo e non va bene, perché il
serbatoio è girato verso l'interno e quindi l'aggeggio
è a rovescio? Comunque ce l'ho fatta. Ci credi se ti dico,
e non sto esagerando, che aveva un cazzo così grosso che
non riuscivo a infilargli il preservativo? Ha dovuto farmi vedere
come tenderlo con le dita per metterglielo in quel modo. A quel
punto mi ha fatto fare una giravolta, finché gli ho mostrato
la schiena, e mi ha sbattuto contro il muro. Io ho preso mentalmente
nota di interrogarmi a fondo - in un momento successivo, più
adatto - sui motivi per cui trovavo cosi arrapante questo tipo
di sesso violento, dominatore. E’ veramente un problema,
sotto il profilo ideologico. In ogni caso, in quel momento lo
era. Un arrapamento formidabile, voglio dire. Adesso ero piegata
in avanti, con il culo all'aria, la testa in giù»
le mani schiacciate alla parete per reggermi. Lui mi ha penetrato
con spinte energiche perfettamente ritmate, tenendomi serrata
in vita con le mani. La sensazione di quella massiccia verga che
mi entrava in corpo, riempiendomi completamente, era al tempo
stesso straziante e squisita. Quando ha cominciato davvero a sbattermelo
dentro, ho avuto un nuovo orgasmo. E’ venuto anche lui,
con un poderoso grugnito animale. Quindi abbiamo riposato qualche
istante sul posto, lui con le braccia allacciate alla mia vita
e con il mento bollente, sudato, ruvido posato sulla mia nuca.
Infine ci siamo raddrizzati, ci siamo rassettati i vestiti e siamo
tornati verso le nostre vetture, tenendoci allacciati alla vita.
Stentavo a camminare. Ha preso la cassetta degli attrezzi dal
mio motore, ha chiuso il cofano e ha detto: «Adesso non
dovresti più avere problemi a farla viaggiare». Però
ha aggiunto che appena tornata a casa era il caso che la facessi
vedere a un meccanico, e che comunque avrebbe aspettato per vedere
se riuscivo a ripartire senza problemi. «Tra parentesi»,
ha detto poi, in un tono quasi paterno, «se fossi in te
non permetterei che un estraneo mi legasse in quel modo, io sono
rimasto sbalordito. Qualcuno potrebbe veramente farti del male,
sai?» Ancora un po' incerta sulle gambe, l'ho ringraziato
di tutto, compreso il consiglio, e sono montata in auto. Tutto
tonfava a meraviglia, me compresa. L'ho salutato con la mano e
mi sono messa in viaggio. E la storia si è conclusa lì!
Non ci siamo nemmeno chiesti come ci chiamassimo. Ho ancora i
muscoli delle gambe che mi fanno male, tutto il resto è
indolenzito, tutti gli indumenti che avevo addosso quel giorno
sono a pezzi (mi sono fermata in un'altra stazione dì servizio
per cambiarmi), sicché so con certezza che non è
stata soltanto un'allucinazione. D'altra parte ho ancora con me
l'involucro del preservativo («serbatoio massima dimensione»)
che, mentre ce ne andavamo, ho raccattato da terra. Chissà
che cosa ne penserebbe Enrico. Non ne verrà mai a conoscenza,
ovviamente, ma mi piacerebbe sapere se l'idea lo arraperebbe o
gli farebbe orrore. Una parte di me preferirebbe l'arrapamento,
l'altra parte, forse la brava ragazza cattolica che c'è
in me, preferirebbe che inorridisse.
Avevo veramente intenzione di parlarti del congresso, ma forse
lo farò in un altra lettera. Dimmi che cos'hai fatto di
bello. Mi sei debitrice di un'avventura fugace. Con tanto affetto.
Luisa.
P.S. Ti prego, ti prego: fammi il favore di non parlare con nessuno
di questa storia. Come sai, non sono veramente un tipo da confessioni.
E, comunque, non è che di solito io abbia granché
da confessare.
Vieni a conoscere le nostre mogli
troie in
cerca di nuove avventure
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