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L'avevo
visto passare qualche volta, sempre l'estate o tempo di vacanze
con la sua Harley Davidson, i pantaloni di pelle nera forse finta
e gli occhi strizzati controvento, ormai due fessure, nonostante
gli occhiali neri onnipresenti e sbruffoni.
No, non era uno straniero, era del mio paese, era nato qui.
Mai e poi mai avrei fatto un pensierino su uno che non fosse del
mio paese, un odore che non fosse quello dei miei campi appena
fuori le case, per le stradine che si inerpicano sterrate dietro
la ferrovia, un sudore che non fosse d'ascendenza contadina, una
pelle che non portasse ancora i segni leggibili del sole.
Mai e poi mai mi sarei fatta scopare da uno che non avesse come
me un odore definito: non puzzasse di provinciale in modo inconfondibile.
Così lo vedo far razzia di donne e lo snobbo, lui e l'Harley
Davidson a collezionare anime in pena, rifiuti sociali, signore
insoddisfatte e penso: non fa per me che sono un'intellettuale,
mai e poi mai scoperà me che non riesco ad eccitarmi di
uno che si eccita solo con la motocicletta tra le cosce.
Così sono lo zero nero che non esce mai alla roulette,
una domenica d'ozio sulla solita panchina ad aspettare che il
sole tramonti o che la pallina si incaselli, con il solito noiosissimo
libro, con la solita minigonna specchietto per rare allodole,
che ti vedi lui, macho macho man, che arriva col rombo di tuono.
Alza la polvere, zorro, sulle mie scarpine di vernice.
Si siede, prima appoggia i gomiti alla spalliera, poi lascia penzolare
le braccia, alza appena appena gli occhiali da sole come a scrutare
un limitato orizzonte.
Sono in confusione totale, lui parla ma non lo sento, non riesco
a pensare, ad elaborare una difesa credibile; non riesco a parlare
a parte una risatina isterica.
Esattamente quello che voglio, è mandare via l'allodola
o meglio il pollo prima che questa infausta attrazione sessuale
- io, intellettuale annoiata e smaniosa, lui inconsistente ganzo
anencefalico - dia prevedibili, tragiche, conseguenze.
Eppure percepisco che parla del più e del meno, si toglie
gli occhiali da sole e dice: "Che bella giornata!" l'originale,
mentre sembra guardare per la prima volta la luce del sole posarsi
sulle cose di sempre.
Seguo i suoi respiri regolari come una balia premurosa, i movimenti
delle pupille che seguono l’orlo della gonna.
Così vado subito al dunque, io, mai che sopporti la tortura
delle pirlate di rito.
"Che ci fai ancora qui?"
Così si sfila il guanto di pelle raccontando in un misto
comico di lingue che si scivolano addosso estranee e lascive,
e senza alcuna vergogna mischia il suo dialetto, la lingua della
sua terra, al milanese d'altre nebbie.
Io ormai non deglutisco, parlo a raffica evitando accuratamente
di guardarlo per non fermarmi un attimo, non abbassare le difese,
ma è inutile, se respiro se ne accorge, si accorge che
sono bagnata, emozionata, indifesa.
Mi sta spiegando perché ora non è in quel letto
gelato e insensato che è in Padania, si sfila il guanto
e mi fa vedere la ferita, mi parla di bagordi e incidente, non
in moto, in macchina, dice.
Penso: una scusa per fare altra vacanza, invece mi fa vedere la
mano, la destra, la mano è bellissima, tutte le mani degli
uomini sono bellissime, sono i pensieri che sono insensati.
Sono belle le mani sporche di grasso, sono belle le mani del pianista,
quelle tozze del meccanico, tutte sono belle perché al
contrario dei pensieri le mani sanno sempre quello che vogliono,
non hanno mai dubbi su come ottenerlo; ma queste sono bellissime
perché tremano e mi accorgo che è ferito sul serio,
il barman.
Sarebbe inutile tornare nella nebbia a miscelare gin e sorrisi,
a shakerare freddo e umori vari, la mano non è più
sicura: un vetro del parabrezza l'ha tagliata nel punto più
sensibile, la membrana che unisce pollice e indice.
Per un attimo penso a lui macho e disarmato, penso al dolore mentre
affonda la mano nella mia carne.
Mi tocca la coscia con la mano, shakera un po', trema ed è
maldestro, forse soffre, forse non sente più il dolore,
forse cerca una cosa che cerco io, una sola cosa che abbia l'odore
di casa; il seno non lo stringe, lo attraversa, piano, gode e
soffre, è acqua, è nebbia, io non lo sento, entra
e non è nessuno, mi tiene senza stringere, si strofina
sulla paura di avere paura, del dolore, è senza forza,
la sua stretta, la mia resistenza è senza alcuna convinzione,
sta fottendo la paura di avere paura, di provare dolore.
Che sei nessuno nessuno nessuno che sei impotente impotente impotente
che per te sono nessuna nessuno nessuno e ora mi rompi i coglioni
perché non hai niente di meglio da fare e ti si gonfiano
i pantaloni perché non hai niente di meglio da fare di
una cosa che sai fare ormai talmente bene che riesci a farla senza
mani.
Le mani che non toccano, l'uomo che non ho mai scopato, lo sto
scopando adesso in questa domenica di gennaio.
Il macho fuori uso camminerebbe sulle ginocchia per appoggiarmelo
un pochino, striscerebbe sui pantaloni in similpelle per affondare
nel morbido di una fica che non vale niente ma che è, pare,
abbastanza intelligente da essere ancora capace di attirare qualsiasi
maschio sulla piazza che abbia il cervello shakerato dal televisore.
"Ti voglio" alla fine confessa (calato forse nei panni
del guardiacaccia o di M.me Bovary) mentre i pantaloni me l'avevano
confessato da un pezzo.
In piena farsa anch'io fingo grottesca indifferenza: "Che
cosa stai dicendo?"
Più si eccita, più mi eccito, al pensiero di scoparmelo,
il cretino, più mi nego; mi appoggia la mano tremante sulle
calze grigio cielo di gennaio a Milano, prova ad andare su e giù
ma ho le cosce di marmo, la fica di fuoco si scioglie, le cosce,
invece non mi tradiscono.
"Perché no?"
"Perché sì?" mi difendo scostante e scosciata-scosciata,
una finta.
"Perché ti voglio", continua la farsa.
"Io no''.
La martire, oscenamente ma distintamente discinta, ostinatamente
dissente.
Non riesco a godere delle situazioni che non sono sotto il mio
pieno controllo. Di tutto mi aspettavo, di tutto, tranne che cadesse
nella rete, questo pesce.
Glielo dico: "Sei troppo bello per me", troppo scemo
penso.
Troppo abituato bene, penso.
Penso cose senza senso, penso a scappare e penso a restare, penso
a scopare, penso a lui che sparla di me nella nebbiosa Milano,
penso che pensare è senza senso perché è
talmente eccitato che anche sotto tortura non ricorderebbe niente
tranne che forse avevo la fica e le spalle non le tocca con le
mani di forbice, mi blocca con gli avambracci e va avanti e indietro
in una fica qualsiasi.
Me ne vado a casa, io mando in bianco.
Ci torno, ci ritorno, non mi masturbo, e non solo per orgoglio,
non trovo appigli: scivolo sui pantaloni in similpelle, su una
banale domenica di gennaio in Harley Davidson contro vento.
Mi torna tra i piedi ancora, quella sera, mi ci impiglio, per
sbaglio?
"E allora?" gli faccio con aria vagamente indifferente
ma vittoriosa.
Mi guarda amareggiato, con odio, con rancore, come solo un uomo
respinto. Pensa: "Che? non vado bene per te? non sono abbastanza?"
Eccolo lì il macho, è solo un bambino ferito con
tutte le difese calate.
Penso, invece: "Sono io, sono io che non vado bene per te".
E tanto vicino che ci respiriamo in faccia, ormai ad armi pari.
Sento l'odore della gomma che mastica alla fragola, ma per la
prima volta mi piace.
Sento il sapore artificiale della gomma, il profumo pubblicitario
della fragola, ed è tutta voglia di baciarlo,
"Sputa la gomma" gli dico.
Improvvisamente, ho voglia di fragola.
Lo stringo contro il muro.
Vieni
a conoscere le nostre mogli
troie in
cerca di nuove avventure
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